Afrodite

All’inizio, è un nulla. Un soffio appena,
un brivido di squame, la carezza dell’ombra
come nube marina che si sgrana
nei tentacoli a raggiera della medusa.
Non si dica che il mare si è commosso
e l’onda ora si forma dal suo fremito.
Nel dondolio del mare danzano pesci
e le braccia delle alghe, serpentine,
le curva la corrente, come il vento
le messi della terra, il crine dei cavalli.
Tra due infiniti blu avanza l’onda,
tutta di sole coperta, risplendente,
liquido corpo, instabile, d’acqua scura.
Accorre il vento da lontano e reca
il polline dei fiori e altri profumi
della terra antistante, oscura e verde.
Tuonando, l’onda rotola fecondata
e si slancia verso il vento che l’attende
nel letto scuro di rocce che si increspano
di unghie appuntite e vite brulicanti.
Ancora in alto le acque si sospendono
nell’istante supremo di tanta gestazione.
E quando, in un’estasi di vita che comincia,
l’onda si frange e sfrangia sulle rocce,
le avvolge, le cinge, le stringe e poi vi scorre
– dalla spuma bianca, dal sole, dal vento che ha spirato,
dai pesci, dai fiori e il loro polline,
dalle tremule alghe, dal grano, dalle braccia della medusa,
dai crini dei cavalli, dal mare, dalla vita tutta,
Afrodite è nata, nasce il tuo corpo.

José Saramago, Le poesie (2002)

Un mulinar di foglie

La terra emana una vibrazione
là nel tuo cuore, e quello sei te.
E se la gente pensa che sai suonare,
ebbene, suonare devi, per tutta la vita.
Che cosa vedi, un raccolto di trifoglio?
O un prato da traversare fra te e il fiume?
Il vento è nel granturco; ti freghi le mani
perché ora i buoi sono pronti per il mercato;
oppure odi il fruscio delle gonnelle
come le ragazze che ballano nel Boschetto.
Per Cooney Potter una colonna di polvere
o un mulinar di foglie significavano rovinosa siccità;
per me somigliavano a Sammy Testarossa
quando danza il motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare i miei quaranta acri
per non parlare di acquistarne altri,
con una ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi agitavano in testa
e il cigolio di un mulino a vento – solo questo?
E non ho mai cominciato ad arare in vita mia
senza che qualcuno si fermasse per la strada
e mi portasse via a una danza o a una merenda.
Finii con quaranta acri;
finii con un violino spezzato –
e una risata rotta, e mille ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River (1915)

Alla Rocca di Swys

La cena comprendeva oca, pollo, pernice, carne di cervo e un orribile vino rimasto troppo a lungo nelle cantine dopo essere giunto in Britannia. Terminato il pasto, ci accomodammo sui divani e un’arpista suonò per noi.

I divani erano mobili per le stanze delle donne: Galahad e io eravamo a disagio su quei bassi sedili troppo imbottiti, ma io ero contento perché ero riuscito a sedermi accanto a Ceinwyn. Per un poco mi tenni dritto, poi mi appoggiai sul gomito per poter parlare sottovoce con lei. Mi complimentai per il suo annunciato matrimonio con re Gundleus.

Ceinwyn mi lanciò un’occhiata ironica. «Sembrano parole da cortigiano» disse.

«A volte sono obbligato a trasformarmi in cortigiano, signora. Mi preferiresti nei panni di guerriero?»

Anche lei si appoggiò sul gomito, in modo che la nostra conversazione non disturbasse la musica; per la sua vicinanza mi parve che i miei sensi galleggiassero nel fumo.

«Il mio signore Gundleus» disse sottovoce Ceinwyn «ha chiesto la mia mano come contropartita per l’impiego del suo esercito nella prossima guerra.»

«Allora il suo esercito, signora, è il più prezioso della Britannia.»

Ceinwyn non sorrise al complimento, ma continuò a guardarmi negli occhi. «È vero» domandò a voce ancora più bassa «che ha ucciso Norwenna?»

Fui turbato da tanta franchezza. «Gundleus cosa dice?» replicai, evitando una risposta diretta.

«Lui dice» spiegò Ceinwyn con un mormorio che risultò quasi impercettibile «che i suoi uomini furono assaliti e che nella confusione Norwenna morì. Sostiene che si trattò di un incidente.»

Lanciai un’occhiata alla fanciulla che suonava l’arpa. Le due zie ci guardavano con odio, ma Helledd non pareva preoccuparsi della nostra conversazione. Galahad, un braccio intorno alle spalle del piccolo Perddel già addormentato, ascoltava la musica.

«Quel giorno, signora, ero nel castello dell’Isola di Cristallo» dissi, rivolgendomi di nuovo a Ceinwyn.

«E cosa accadde?»

Decisi che la sua franchezza meritava una risposta altrettanto franca. «Norwenna s’inginocchiò per dargli il benvenuto, signora, e Gundleus le cacciò in gola la spada. L’ho visto con i miei occhi.»

Per un istante, l’espressione di Ceinwyn si indurì. La luce tremolante le bruniva la pelle chiara e lanciava ombre sulle sue guance e sotto il labbro inferiore. La principessa indossava una ricca veste di lino azzurro guarnita di pelliccia bianco argento con piccole macchie nere, il manto invernale degli ermellini. Una torque d’argento le circondava il collo e anelli d’argento le pendevano dalle orecchie. L’argento s’intonava alla perfezione al colore dei suoi capelli.

Emise un breve sospiro. «Temevo di dover ascoltare questa verità» disse. «Ma sono una principessa e ciò significa che devo sposare non chi voglio, ma chi più conviene al regno.»

Per un poco girò la testa verso l’arpa, poi si sporse di nuovo verso di me. «Mio padre afferma che questa guerra riguarda il mio onore. È così?»

«Per lui, signora, è così. Ma Artù rimpiange la ferita che ti ha provocato, te lo posso assicurare.»

Ceinwyn accennò a una smorfia. L’argomento era doloroso, ma lei non riusciva ad abbandonarlo perché il rifiuto di Artù aveva cambiato la sua vita più profondamente e tristemente di quanto non avesse cambiato quella del mio signore. Artù aveva trovato felicità e matrimonio, mentre lei era rimasta a patire i lunghi rimpianti e a cercare le dolorose risposte che, evidentemente, non aveva trovato.

«Tu capisci Artù?» mi chiese dopo un poco.

«A quel tempo non lo capii, signora. Pensai che fosse pazzo. E, come me, tutti gli altri.»

«E ora?» domandò lei guardandomi negli occhi.

Riflettei qualche istante. «Penso, signora, che per una volta in vita sua Artù sia stato preda di una follia che non poteva dominare.»

«L’amore?»

Guardai i suoi occhi azzurri e mi dissi che non ero innamorato di lei e che la sua fibula era un talismano finito per caso in mano mia. Lei era una principessa e io il figlio di una schiava.

«Sì, signora» risposi.

«Capisci quella follia?»

Non vedevo più niente, solo Ceinwyn. Helledd, il principino, Galahad, le zie, l’arpista, la sala, niente esisteva. Vedevo solo i grandi occhi tristi di Ceinwyn, udivo solo i battiti del mio cuore.

«Capisco che puoi guardare negli occhi una persona e renderti conto a un tratto che la vita ti sarà impossibile senza di lei. Che la sua voce può far saltare un battito al tuo cuore, che la sua compagnia è tutta la felicità che potrai mai desiderare, che la sua assenza ti lascerà orbato e perduto.»

Per un poco Ceinwyn rimase in silenzio, si limitò a guardarmi con aria perplessa.

«A te, Derfel, è mai accaduto?» chiese infine.

Esitai. Sapevo quali parole il mio cuore avrebbe voluto dire e sapevo anche quali parole la mia condizione sociale mi avrebbe obbligato a dire; ma un guerriero non prospera certo nella timidezza, pensai, e lasciai che il cuore governasse la lingua.

«A me non era mai accaduto, signora, fino a questo momento.»

Quelle parole richiesero più coraggio di quanto non me ne fosse mai servito per infrangere un muro di scudi.

Ceinwyn distolse subito lo sguardo e si irrigidì; mi maledissi per averla offesa, con la mia stupida goffaggine. Mi ritrassi sul divano, rosso in viso, imbarazzato, mentre la principessa applaudiva l’arpista e gettava qualche moneta d’argento sul tappeto, accanto all’arpa. Le chiese di suonare il Canto di Rhiannon.

«Credevo che non ascoltassi, Ceinwyn» disse sornionamente una delle zie.

«Ascolto, Tonwyn, ascolto e traggo grande piacere da tutto ciò che sento» replicò Ceinwyn.

Bernard Cornwell, Il re d’inverno (1995)

Sourire De Femme

Al museo Sourire De Femme c’è una teca che si dice trattenga il sorriso di una donna; all’apparenza vuota, un messaggio tradotto in svariate lingue avvisa i visitatori di non aprirla ma di poggiarvi le mani chiudendo gli occhi; non tutti si convincono di aver sentito qualcosa, altri fatalmente sorridono. Alle pareti, dipinti e fotografie sono affiancati da cuffie in cui è possibile riprodurre la risata della donna in figura. Statue di ogni sorta sorridono nelle più diverse modalità, molte sono composte da una speciale pasta modellabile che il visitatore può scolpire a sua scelta. Diversi schermi mostrano i volti di intelligenze artificiali in grado di comprendere quanto viene loro detto; molte di queste inevitabilmente si annoiano, talvolta le loro labbra si increspano o si schiudono in sorrisi più o meno estesi. In una sala completamente buia i visitatori rincorrono risate di donna che si allontanano ed avvicinano a loro, generate da sistemi surround di ultima generazione.
All’ingresso e all’uscita del museo, una scritta in diverse lingue ricorda ai visitatori che per quanto il Sourire De Femme tenti di rappresentare il sorriso di una donna, nulla potrà eguagliare l’esperienza di una donna che sorride.
“Siete perciò pregati” conclude la nota “di coltivare qualsiasi forma di sorriso in ogni orto di donna.”

Una bottega vuota

Entro una ventina d’anni al massimo, pensò, sarebbe stato impossibile rispondere alla domanda semplicissima ma fondamentale: “Prima della Rivoluzione, si stava meglio o peggio di adesso?”. In effetti, già ora era impossibile, perché quei pochi che avevano vissuto a quel tempo e ancora sopravvivevano, sparsi qua e là, non erano capaci di mettere a confronto le due epoche. Ricordavano solo una miriade di cose futili, una lite col compagno di lavoro, la ricerca di una pompa di bicicletta smarrita, l’espressione sul volto di una sorella morta da decenni, le folate di polvere in un mattino di vento di settant’anni prima. I fatti veramente importanti gli sfuggivano del tutto. Erano come le formiche, che riescono a vedere gli oggetti piccoli, ma non quelli grandi. E quando la memoria veniva meno e i documenti scritti venivano falsificati, ebbene, quando ciò accadeva, bisognava accettare la pretesa del Partito di aver migliorato le condizioni della vita umana, perché non esisteva — né sarebbe più potuto esistere — alcun parametro per operare raffronti.
A questo punto il corso dei suoi pensieri si arrestò. Winston si fermò e alzò gli occhi. Si trovava in una stradina che, fra un’abitazione e l’altra, presentava alcuni negozietti scuri. Proprio sul suo capo pendevano tre scolorite sfere di metallo che, a quanto era dato di capire, un tempo erano state dorate. Gli parve di riconoscere il posto. Ma sì, si trovava proprio fuori della bottega di rigattiere dove aveva comprato il diario.
Si sentì attraversare da una fitta di paura. A suo tempo era già stato un azzardo comprare il quaderno e lui aveva giurato che non si sarebbe più accostato a quel posto. E tuttavia, quando aveva cominciato a fantasticare, i piedi l’avevano riportato lì, automaticamente. Era stato proprio nella speranza di potersi guardare da impulsi suicidi di questo tipo che aveva deciso di scrivere un diario. Nello stesso tempo si accorse che, pur essendo ormai le ventuno, il negozio era ancora aperto. Pensando che sarebbe stato meno visibile dentro piuttosto che stando lì a indugiare sul marciapiede, varcò la porta d’ingresso. Se l’avessero interrogato, avrebbe detto che cercava lamette da barba. Era una scusa plausibile.
Il proprietario aveva appena acceso una lampada a olio che pendeva dal soffitto e che diffuse nell’aria un odore non esattamente gradevole ma, per così dire, accogliente. Era un uomo sulla sessantina, magro e ricurvo, con un naso lungo che dava al suo volto un’aria benevola, e un paio di occhi buoni, distorti da occhiali assai spessi. Benché i capelli fossero quasi bianchi, le sopracciglia erano folte e nere. Gli occhiali, uniti ai suoi movimenti gentili e precisi e al fatto che indossava una vecchia giacca di velluto nero, gli conferivano una certa aria da intellettuale, come se in passato fosse stato un uomo di lettere o un musicista. Parlava con voce sommessa, quasi un bisbiglio e, rispetto alla grande maggioranza dei prolet, con un accento meno scorretto.
«Vi ho riconosciuto subito, quando vi ho visto sul marciapiede» disse non appena Winston fu entrato. «Siete il signore che ha comprato l’album di ricordi di quella giovinetta. Una carta davvero fine, magnifica. “Filigranata”, la chiamavano. Una carta simile non si fabbrica più da… direi da almeno cinquant’anni.» Guardò Winston al di sopra degli occhiali. «Posso fare qualcosa di speciale per voi? O volevate solo dare un’occhiata?»
«Ero di passaggio» rispose Winston con voluta noncuranza. «Ho solo gettato un’occhiata dentro, ma non mi serve nulla in particolare.»
«Meglio così» disse l’altro, «perché penso di non avere niente che farebbe al caso vostro.» Fece un gesto di scusa con una delle sue mani delicate: «Lo vedete anche voi, una bottega vuota. Detto fra noi, l’antiquariato è quasi finito. Manca la domanda, e manca pure la merce. Mobili, porcellane, oggetti di vetro, poco alla volta tutto è andato distrutto. Quanto agli oggetti in metallo, sapete benissimo che sono stati quasi tutti fusi. Sono anni che non vedo un candelabro di ottone».
E in effetti il minuscolo ambiente del negozio era stracolmo di oggetti buttati lì alla rinfusa, ma non c’era quasi nulla che avesse un valore. Anche sul pavimento non era rimasto molto spazio, perché tutt’intorno alle pareti erano ammucchiate cataste di cornici impolverate. In vetrina c’erano vaschette piene di minutaglia metallica, scalpelli spuntati, temperini con la lama spezzata, orologi anneriti che non davano nemmeno l’idea di poter funzionare, e altro ciarpame assortito. In un angolo, però, c’era un tavolino letteralmente ricoperto di oggetti che non avrebbero potuto essere più eterogenei fra loro: tabacchiere laccate, spille di agata e roba del genere. Forse lì in mezzo qualcosa d’interessante c’era. Mentre Winston si accostava al tavolino, il suo sguardo fu attratto da un oggetto sferico e levigato, che alla luce della lampada emanava un tenue bagliore. Lo prese in mano.
Era un pesante blocco di vetro, curvo da un lato e piatto dall’altro, che aveva quasi la forma di un emisfero. Sia il colore che la truttura del vetro presentavano una sorta di strana trasparenza, come di acqua piovana. Al suo interno, ingrandito dalla superficie ricurva, era visibile un oggetto bizzarro, roseo e spiraliforme, che faceva pensare a una rosa o a un anemone marino.
«Che cos’è?» chiese Winston, incantato.
«Corallo, è corallo» disse il vecchio. «Probabilmente viene dall’Oceano Indiano. Una volta si usava montarlo nel vetro. Lo hanno fabbricato non meno di cento anni fa. Forse anche di più, a guardarlo bene.»
«È un bell’oggetto» disse Winston.
«È davvero un bell’oggetto» assentì l’altro, «ma al giorno d’oggi non sono molti quelli che l’apprezzerebbero.» Tossì. «Ove mai lo voleste comprare, ve lo darei per quattro dollari. Un tempo, ricordo, un oggetto simile sarebbe arrivato a otto sterline, e otto sterline erano… be’, non saprei dire quanto, ma erano un mucchio di soldi. Ma al giorno d’oggi l’antiquariato vero non interessa a nessuno.»
Winston tirò fuori all’istante i quattro dollari e lasciò scivolare in tasca l’oggetto del desiderio. Ciò che lo affascinava non era tanto la sua bellezza, quanto l’impressione che trasmetteva di appartenere a un’epoca totalmente diversa da quella attuale. Quel vetro levigato, trasparente come può esserlo l’acqua piovana, non somigliava ad alcun vetro che lui avesse mai visto. La sua manifesta inutilità lo rendeva doppiamente attraente, anche se poteva supporre che un tempo fungesse da fermacarte. In tasca era molto pesante, ma per fortuna non creava rigonfiamenti visibili. Era un oggetto bizzarro a possedersi, per un membro del Partito poteva essere compromettente. Tutte le cose vecchie, nonché tutte le cose belle, erano sempre vagamente sospette. Intascati i quattro dollari, il vecchio era diventato visibilmente più allegro e Winston si rese conto che ne avrebbe accettati anche solo tre, o addirittura due.

George Orwell, 1984 (1949)

Protesto!

Una donna pallida e annoiata con i calzini bianchi e un basco bianco sedeva su una sedia di vimini presso l’ingresso della veranda all’angolo, dove tra il verde del pergolato era stata praticata un’apertura d’accesso. Davanti a lei, su un comune tavolo da cucina, stava un grosso registro, in cui la donna, per scopi ignoti, scriveva i nomi di coloro che entravano nel ristorante. Fu proprio lei a fermare Korov’ev e Behemoth.

– Le loro tessere? – disse, guardando con stupore gli occhiali a molla di Korov’ev, nonché il fornello di Behemoth e il gomito lacerato dello stesso.

– Mi scusi tanto, quali tessere? – chiese sorpreso Korov’ev.

– Sono scrittori? – chiese a sua volta la donna.

– Indubbiamente, – rispose Korov’ev con dignità.

– Le loro tessere? – ripeté la donna.

– Bellezza mia… – cominciò tenero Korov’ev.

– Non sono una bellezza, – lo interruppe la donna.

– Oh, che peccato, – disse deluso Korov’ev, e continuò. – Va bene, se lei non desidera essere una bellezza, il che sarebbe stato molto piacevole, può fare a meno di esserla. Dunque, per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore, possibile che sia necessario chiedergli la tessera? Ma prenda cinque pagine qualsiasi di qualsiasi suo romanzo, e senza alcuna tessera si convincerà di avere a che fare con uno scrittore. Del resto, immagino che di tessere, non ne avesse neppure una! Che ne pensi? – chiese a Behemoth.

– Scommetto che non ne aveva, – rispose quello, posando il fornello sul tavolo vicino al registro e asciugandosi con una mano il sudore dalla fronte sporca di fuliggine.

– Lei non è Dostoevskij, – disse la donna a cui Korov’ev faceva perdere il filo.

– Be’, chi lo sa, chi lo sa, – rispose lui.

– Dostoevskij è morto, – disse la donna, ma con poca convinzione.

– Protesto! – esclamò calorosamente Korov’ev. – Dostoevskij è immortale.

– Le loro tessere, signori, – disse la donna.

Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita (1967)

Sulla collina di là dal fiume

Quanto a me, anche i ricordi più lontani mi coglievano come scoperte. Erano altrettanti risvegli che mi rimettevano nel presente. Il fatto più singolare – tanto che spesso lo provocavo ad arte – era di accorgermi che un gesto, un colore, una voce, li avevo già visti o sentiti chi sa quando, e che perciò risorgevano dalla mia stessa coscienza più che dalle cose intorno. A questo sospetto, a questa certezza di sentirmi radicato nel mondo, provavo un entusiasmo tranquillo che, pur essendo per natura limitato ai miei occhi e al mio corpo, poteva nella sua fugacità scuotermi come un incontro umano. Avevano veramente, questi risvegli sempre inattesi, qualcosa della presenza di un altro, la presenza di un amico o quella, ancor muta, di chi lo sarà presto e tacendo ci cammina accanto e ci guarda. Cose non dette trasparivano in fondo all’istante come un oggetto noto in fondo all’acqua di una vasca, e sarebbe bastato quel lieve coraggio di tuffare la mano, per toccare la lontana inafferrabile parvenza. Ciò accadeva specialmente al mutare delle stagioni, quando l’aria è tutta corsa da brividi di passato che, freschi e inattesi, ci riportano antiche certezze. Quest’antico, questi brividi, mi davano come un incremento di vita, come un senso che sotto il labile istante s’accumulasse un tesoro già mio, che dovevo soltanto riconoscere.

Per questo, nulla mi era più caro che, in certe notti d’aprile o d’ottobre dopo tanto parlare e ascoltare, rientrando con un amico coetaneo indugiare il commiato. Tacevamo, o parlottavamo di cose indifferenti; nell’aria passavano barlumi, echi, voci lontane. Tra gli spigoli dei tetti occhieggiavano le stelle, o, talvolta, fra i rami di un albero. Come a uno strano gioco sorgeva la luna: disegnando quinte d’ombra tra le case, o sulla collina di là dal fiume frammentandosi contro le piante e straripando in cielo. L’amico taceva e si soffermava; io sentivo trapassarmi sui sensi, sulla pelle, l’alito di altre notti come questa.

Una sera sorgeva la luna, sul ciglio della collina. Gli alberelli lontani erano neri; la luna, enorme, matura. Ci fermammo. Io dissi: – Tutti gli anni, a settembre, la luna è la stessa, eppure mai che me ne ricordi. Tu lo sapevi ch’era gialla?

L’amico guardò la luna, e ci pensava. Mi pareva davvero di non averla mai vista così, ma insieme di averne in bocca il sapore, di salutare in lei qualcosa di antico, d’infantile, tanto che dissi: – È una luna da vigna. Da bambino credevo che i grappoli d’uva li faccia e li maturi la luna.

– Non so, – disse l’amico. – Per me è sempre la stessa.

Ora il brivido mi aveva lasciato e la luna col suo sapore di vendemmia ci guardava entrambi come una creatura che conoscevo e ritrovavo. E, come una creatura, il suo passato non contava per me ch’ero giovane e avrei potuto andarle incontro e parlarle, e salire fin lassù fra gli alberelli, nei dolci vapori estivi ch’erano sempre stati e non invecchiano mai. L’amico taceva, e io pensavo già al piacere che avrei provato l’indomani portando in me sotto il sole la certezza che anche la notte è viva.

Così quei giorni mi passavano, monotoni e freschi, nella loro novità. Non sapevo che la loro tumultuosa baldanza l’avrei vista un giorno come un fermo ricordo.

Cesare Pavese, La casa in collina (1948)

Al calar della sera

Chi vede all’ingresso della città
il sangue versato da antichi guerrieri?
Chi sente l’urto delle armi
e lo scalpiccio notturno delle bestie?
Chi guida la colonna di fumo e dolore
che lasciano le battaglie al calar della sera?
Né il più miserabile, né il più vizioso
né il più debole e dimenticato degli abitanti
ricorda alcunché di questa storia.
Oggi, quando all’alba cresce nei parchi
il profumo dei pini appena recisi,
quell’aroma resinoso e brillante
come il ricordo vago di una femmina magnifica
o come il dolore di una bestia indifesa,
oggi, la città si offre totalmente
alla sua nebbia sporca e ai suoi rumori quotidiani.
E tuttavia il mito è presente,
sopravvive negli angoli dove i mendicanti
inventano una catena tremante di piacere,
sugli altari che il tarlo rode
e che la polvere copre d’oblio quieto e terso,
sulle porte che si aprono all’improvviso
per esporre al sole un torso opulento
di donna che si risveglia tra gli aranci
– morbida frutta morta, vana aria d’alcova -.
Nella pace del mezzogiorno, nelle ore dell’alba,
su treni sonnolenti carichi di animali
che piangono l’assenza dei loro piccoli,
lì è il mito perduto, irrecuperabile, sterile.

Álvaro Mutis, Summa di Maqroll il gabbiere (1993)

Sotto la terra

O sepolcro bellissimo del corpo della madre,
come vederti nel sottoterra degli occhi,
come in te penetrare, come in tutto cambiarti
e come di nuovo ritrarsi
e di tutto parlare quello che in sé nasconde
il ronzio del tuo sangue,• del fiume sotterraneo?
Cantassero le mie parole!
Benché confuse oh risonassero a lungo!

Non è la madre. È qualcosa di maligno,
maligno inconsapevole, soltanto così,
scherzo di Dio, perché dal sepolcro bellissimo
s’è alzato a volo non l’angelo ma uno sciancato uccello,
il sangue della madre, a cui sei per sempre affidato,
adesso che sei nella luce è cambiato.
Sei tutto solo ed apri la porta.
E la madre tace. La madre guarda.

Jiří Orten, La cosa chiamata poesia (1969)