Una bottega vuota

Entro una ventina d’anni al massimo, pensò, sarebbe stato impossibile rispondere alla domanda semplicissima ma fondamentale: “Prima della Rivoluzione, si stava meglio o peggio di adesso?”. In effetti, già ora era impossibile, perché quei pochi che avevano vissuto a quel tempo e ancora sopravvivevano, sparsi qua e là, non erano capaci di mettere a confronto le due epoche. Ricordavano solo una miriade di cose futili, una lite col compagno di lavoro, la ricerca di una pompa di bicicletta smarrita, l’espressione sul volto di una sorella morta da decenni, le folate di polvere in un mattino di vento di settant’anni prima. I fatti veramente importanti gli sfuggivano del tutto. Erano come le formiche, che riescono a vedere gli oggetti piccoli, ma non quelli grandi. E quando la memoria veniva meno e i documenti scritti venivano falsificati, ebbene, quando ciò accadeva, bisognava accettare la pretesa del Partito di aver migliorato le condizioni della vita umana, perché non esisteva — né sarebbe più potuto esistere — alcun parametro per operare raffronti.
A questo punto il corso dei suoi pensieri si arrestò. Winston si fermò e alzò gli occhi. Si trovava in una stradina che, fra un’abitazione e l’altra, presentava alcuni negozietti scuri. Proprio sul suo capo pendevano tre scolorite sfere di metallo che, a quanto era dato di capire, un tempo erano state dorate. Gli parve di riconoscere il posto. Ma sì, si trovava proprio fuori della bottega di rigattiere dove aveva comprato il diario.
Si sentì attraversare da una fitta di paura. A suo tempo era già stato un azzardo comprare il quaderno e lui aveva giurato che non si sarebbe più accostato a quel posto. E tuttavia, quando aveva cominciato a fantasticare, i piedi l’avevano riportato lì, automaticamente. Era stato proprio nella speranza di potersi guardare da impulsi suicidi di questo tipo che aveva deciso di scrivere un diario. Nello stesso tempo si accorse che, pur essendo ormai le ventuno, il negozio era ancora aperto. Pensando che sarebbe stato meno visibile dentro piuttosto che stando lì a indugiare sul marciapiede, varcò la porta d’ingresso. Se l’avessero interrogato, avrebbe detto che cercava lamette da barba. Era una scusa plausibile.
Il proprietario aveva appena acceso una lampada a olio che pendeva dal soffitto e che diffuse nell’aria un odore non esattamente gradevole ma, per così dire, accogliente. Era un uomo sulla sessantina, magro e ricurvo, con un naso lungo che dava al suo volto un’aria benevola, e un paio di occhi buoni, distorti da occhiali assai spessi. Benché i capelli fossero quasi bianchi, le sopracciglia erano folte e nere. Gli occhiali, uniti ai suoi movimenti gentili e precisi e al fatto che indossava una vecchia giacca di velluto nero, gli conferivano una certa aria da intellettuale, come se in passato fosse stato un uomo di lettere o un musicista. Parlava con voce sommessa, quasi un bisbiglio e, rispetto alla grande maggioranza dei prolet, con un accento meno scorretto.
«Vi ho riconosciuto subito, quando vi ho visto sul marciapiede» disse non appena Winston fu entrato. «Siete il signore che ha comprato l’album di ricordi di quella giovinetta. Una carta davvero fine, magnifica. “Filigranata”, la chiamavano. Una carta simile non si fabbrica più da… direi da almeno cinquant’anni.» Guardò Winston al di sopra degli occhiali. «Posso fare qualcosa di speciale per voi? O volevate solo dare un’occhiata?»
«Ero di passaggio» rispose Winston con voluta noncuranza. «Ho solo gettato un’occhiata dentro, ma non mi serve nulla in particolare.»
«Meglio così» disse l’altro, «perché penso di non avere niente che farebbe al caso vostro.» Fece un gesto di scusa con una delle sue mani delicate: «Lo vedete anche voi, una bottega vuota. Detto fra noi, l’antiquariato è quasi finito. Manca la domanda, e manca pure la merce. Mobili, porcellane, oggetti di vetro, poco alla volta tutto è andato distrutto. Quanto agli oggetti in metallo, sapete benissimo che sono stati quasi tutti fusi. Sono anni che non vedo un candelabro di ottone».
E in effetti il minuscolo ambiente del negozio era stracolmo di oggetti buttati lì alla rinfusa, ma non c’era quasi nulla che avesse un valore. Anche sul pavimento non era rimasto molto spazio, perché tutt’intorno alle pareti erano ammucchiate cataste di cornici impolverate. In vetrina c’erano vaschette piene di minutaglia metallica, scalpelli spuntati, temperini con la lama spezzata, orologi anneriti che non davano nemmeno l’idea di poter funzionare, e altro ciarpame assortito. In un angolo, però, c’era un tavolino letteralmente ricoperto di oggetti che non avrebbero potuto essere più eterogenei fra loro: tabacchiere laccate, spille di agata e roba del genere. Forse lì in mezzo qualcosa d’interessante c’era. Mentre Winston si accostava al tavolino, il suo sguardo fu attratto da un oggetto sferico e levigato, che alla luce della lampada emanava un tenue bagliore. Lo prese in mano.
Era un pesante blocco di vetro, curvo da un lato e piatto dall’altro, che aveva quasi la forma di un emisfero. Sia il colore che la truttura del vetro presentavano una sorta di strana trasparenza, come di acqua piovana. Al suo interno, ingrandito dalla superficie ricurva, era visibile un oggetto bizzarro, roseo e spiraliforme, che faceva pensare a una rosa o a un anemone marino.
«Che cos’è?» chiese Winston, incantato.
«Corallo, è corallo» disse il vecchio. «Probabilmente viene dall’Oceano Indiano. Una volta si usava montarlo nel vetro. Lo hanno fabbricato non meno di cento anni fa. Forse anche di più, a guardarlo bene.»
«È un bell’oggetto» disse Winston.
«È davvero un bell’oggetto» assentì l’altro, «ma al giorno d’oggi non sono molti quelli che l’apprezzerebbero.» Tossì. «Ove mai lo voleste comprare, ve lo darei per quattro dollari. Un tempo, ricordo, un oggetto simile sarebbe arrivato a otto sterline, e otto sterline erano… be’, non saprei dire quanto, ma erano un mucchio di soldi. Ma al giorno d’oggi l’antiquariato vero non interessa a nessuno.»
Winston tirò fuori all’istante i quattro dollari e lasciò scivolare in tasca l’oggetto del desiderio. Ciò che lo affascinava non era tanto la sua bellezza, quanto l’impressione che trasmetteva di appartenere a un’epoca totalmente diversa da quella attuale. Quel vetro levigato, trasparente come può esserlo l’acqua piovana, non somigliava ad alcun vetro che lui avesse mai visto. La sua manifesta inutilità lo rendeva doppiamente attraente, anche se poteva supporre che un tempo fungesse da fermacarte. In tasca era molto pesante, ma per fortuna non creava rigonfiamenti visibili. Era un oggetto bizzarro a possedersi, per un membro del Partito poteva essere compromettente. Tutte le cose vecchie, nonché tutte le cose belle, erano sempre vagamente sospette. Intascati i quattro dollari, il vecchio era diventato visibilmente più allegro e Winston si rese conto che ne avrebbe accettati anche solo tre, o addirittura due.

George Orwell, 1984 (1949)

Protesto!

Una donna pallida e annoiata con i calzini bianchi e un basco bianco sedeva su una sedia di vimini presso l’ingresso della veranda all’angolo, dove tra il verde del pergolato era stata praticata un’apertura d’accesso. Davanti a lei, su un comune tavolo da cucina, stava un grosso registro, in cui la donna, per scopi ignoti, scriveva i nomi di coloro che entravano nel ristorante. Fu proprio lei a fermare Korov’ev e Behemoth.

– Le loro tessere? – disse, guardando con stupore gli occhiali a molla di Korov’ev, nonché il fornello di Behemoth e il gomito lacerato dello stesso.

– Mi scusi tanto, quali tessere? – chiese sorpreso Korov’ev.

– Sono scrittori? – chiese a sua volta la donna.

– Indubbiamente, – rispose Korov’ev con dignità.

– Le loro tessere? – ripeté la donna.

– Bellezza mia… – cominciò tenero Korov’ev.

– Non sono una bellezza, – lo interruppe la donna.

– Oh, che peccato, – disse deluso Korov’ev, e continuò. – Va bene, se lei non desidera essere una bellezza, il che sarebbe stato molto piacevole, può fare a meno di esserla. Dunque, per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore, possibile che sia necessario chiedergli la tessera? Ma prenda cinque pagine qualsiasi di qualsiasi suo romanzo, e senza alcuna tessera si convincerà di avere a che fare con uno scrittore. Del resto, immagino che di tessere, non ne avesse neppure una! Che ne pensi? – chiese a Behemoth.

– Scommetto che non ne aveva, – rispose quello, posando il fornello sul tavolo vicino al registro e asciugandosi con una mano il sudore dalla fronte sporca di fuliggine.

– Lei non è Dostoevskij, – disse la donna a cui Korov’ev faceva perdere il filo.

– Be’, chi lo sa, chi lo sa, – rispose lui.

– Dostoevskij è morto, – disse la donna, ma con poca convinzione.

– Protesto! – esclamò calorosamente Korov’ev. – Dostoevskij è immortale.

– Le loro tessere, signori, – disse la donna.

Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita (1967)